“Caro me stesso…”

“L’uomo porta dentro di sé le sue paure bambine per tutta la vita.

Arrivare a non avere più paura, questa è la meta ultima dell’uomo.”

Italo Calvino

Vi capita mai di sfogliare vecchi album di fotografie, e di vedere le foto di voi stessi da piccini? Taglio di capelli improbabile, di solito fatto da mamma, se era domenica vestitino della festa, altrimenti cose un po’ così: ma soffermatevi sugli occhi ingenui, sul faccino fiducioso. Che stringe il cuore, a pensare a tutto quello che lo stava aspettando.

Mi sono capitate in mano alcune foto di me da bimba. Mi ha intenerito soprattutto una foto di me in montagna, che piangevo disperata. Ero piccolina, probabilmente ero caduta o i miei genitori sono stati per un attimo fuori dal radar, e aspettavo che qualcuno venisse a prendermi e a consolarmi (…e invece mi stavano fotografando, ma vabbè!)

Guardando la foto mi si è stretto il cuore, e ho pensato: eh si, piccina, sai quante volte….

E mi sono domandata: cosa direi, cosa potrei dire a quella bimba di allora se potessi farle arrivare un messaggio nelle onde del tempo?

Le direi:

Cara piccolina, respira forte, che va tutto bene. Sappi che passa, poi passa…

Vorrei farti sapere che, per arrivare fino a qui dove siamo adesso, cadrai ancora tante volte: ma vorrei anche che tu sapessi che l’importante non è non cadere, la vita ti getterà a terra centinaia di volte, ma sapersi rialzare sempre una volta di più.”

Ecco, il conto sia sempre “centinaia +1” nella colonna del rialzarsi, che questo è il segreto.

Ci sono ferite profonde che sono state inferte a quel bambino, che ci portiamo dietro da allora: si chiamano  separazione,tradimento, umiliazione, abbandono. Quando qualcosa va a toccare quelle ferite, reagiamo in corto circuito come il bambino impaurito sperso sulla neve, che va in panico aspettando che qualche adulto vada a salvarlo.

Solo che non arriverà nessuno, perché qui l’adulto siamo noi.

La cosa fondamentale è non identificarsi immediatamente con il bimbo che piange dentro di noi. Riconoscerlo, e riconoscere che non siamo più solo quello, abbiamo affinato risorse, capacità, prospettive. Siamo evoluti, possiamo farcela, se facciamo gli adulti possiamo salvarci da soli.

E per quel bimbo terrorizzato che continua a piangere, facciamo quello che fa un adulto in questi frangenti. Abbracciamolo stretto, e con voce piena d’amore sussurriamogli:

“Caro piccolino, respira forte, che va tutto bene. Sappi che passa, poi passa…”


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